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giovedì, aprile 10, 2008
guaranteed...

On bended knee is no way to be free
lifting up an empty cup I ask silently
that all my destinations will accept the one that's me
so I can breath

Circles they grow and they swallow people whole
half their lives they say goodnight to wive's they'll never know
got a mind full of questions and a teacher in my soul
so it goes...

Don't come closer or I'll have to go
Holding me like gravity are places that pull
If ever there was someone to keep me at home
It would be you...

Everyone I come across in cages they bought
they think of me and my wandering
but I'm never what they thought
got my indignation but I'm pure in all my thoughts
I'm alive...

Wind in my hair, I feel part of everywhere
underneath my being is a road that disappeared
late at night I hear the trees
they're singing with the dead
overhead...

Leave it to me as I find a way to be
consider me a satelite for ever orbiting
I knew all the rules but the rules did not know me
guaranteed...

Postato da: TB-1 a aprile 10, 2008 15:02 | link | commenti |
canzoni, a chi amo, film visti

giovedì, gennaio 04, 2007
Cuori...nella tormenta

Alain Resnais di nuovo alle prese con una pièce di Ayckbourn (dopo il dittico Smoking/No smoking) ribadisce la sua attuale propensione ad usare il teatro per creare cinema; così il testo inglese di partenza è una strada che il regista percorre con un occhio eminentemente cinematografico: si guardi ai movimenti di macchina iniziali che inquadrano i soffitti della casa, le plongée che scrutano i movimenti degli attori nella gabbia del set, i tre studiatissimi zoom (soluzione completamente in disuso e qui utilizzata in chiave spiccatamente espressionistica), le dissolvenze tra le scene (la neve che cade, cfr. L’amour à mort) e il modo in cui la mdp scopre i dettagli e cerca i personaggi mettendone a nudo le emozioni attraverso gli avvolgenti primi piani. Dall’altro lato il dato finzionale proprio del teatro (le scenografie evidenti, la recitazione declamata, gli espedienti della messinscena) sono messi davanti all’occhio dello spettatore (chiamato ancora un volta direttamente in causa perché accetti il gioco) a sottolineare che di artificio si tratta (cfr. tutto il Resnais “teatrale”, da Mèlo all’assurdamente inedito in italia Pas sur la bouche): Resnais allora adotta il testo di Ayckbourn, lo riproduce integralmente (l’unica libertà è il cambio di ambientazione, da Londra a Parigi, l’adattamento è di Jean-Michel Ribes), fa suo il modo di manipolare il tempo proprio del grande drammaturgo inglese (edito pochissimo in Italia, l’unica pubblicazione di due commedie - ottimamente tradotte da Masolino D’Amico - è oggi pressoché introvabile) e non cerca in alcun modo di sfuggire al meccanismo rappresentativo tipicamente teatrale che lo governa, ma senza rinunciare al suo magistrale modo di entrare nell’opera (l’istintivo abbandono del Maestro: alla Morante che alla vigilia della lavorazione gli chiede come sarà il film il regista risponde: “Non lo so, so solo che nevicherà sempre”) e a trascinare il film fuori dai meccanismi tradizionali del cinema (tutta la sua filmografia reca in sé questa tendenza).

Ancora figure esaminate come cavie di laboratorio (cfr. Mon oncle d’Amerique), caratteri soggetti alle fluttuanti pulsioni che si agitano nell’intimo, dominati dall’incapacità di essere quello che davvero vogliono: tutti hanno possibilità inespresse e si sforzano per metterle in atto, tutti combattono per un riscatto e per dissipare la frustrazione, soggetti paurosamente soli che cercano un rimedio al desiderio di non esserlo. E ancora una volta il libero arbitrio decide fino a un certo punto del nostro destino (non era anche Smoking/No smoking un supremo teorema sulla labilità del Fato?) poiché si incrocia inevitabilmente con quello di altre persone che sono forse destinate a sparire all’istante dall’orizzonte della nostra esistenza ma nondimeno a segnarlo ineluttabilmente. Resnais, dopo i capolavori del passato, legati a riflessioni sulle grandi tragedie, sembra oggi rivolgere la propria attenzione ai piccoli drammi dell’individuo - alle minime fatalità che sovrintendono al suo vissuto - guardandoli con disincanto, con l’ironia rassegnata della vecchiaia, stemperata dall’affetto profondo che dimostra per i personaggi che mette in scena e mai impaurito dalla possibile deriva melodrammatica, quasi cercandola (cfr. ovviamente Mèlo).
La regia distilla il meglio dal meraviglioso cast, tutto da menzionare (le espressioni di Azema – il cui personaggio è l’elemento ambiguo che segna le vite altrui, un po’ diavolo, un po’ santa - alle avance di Dussolier valgono valanghe di premi), la fotografia di Eric Gautier caratterizza ogni ambiente e situazione, la mano del regista risulta felicemente lieve nel disaminare i temi complessi sul piatto (questo film potrebbe quasi suonare come la variante brillante/malinconica al dramma de L’amour à mort). Riguardo al titolo del film l’autore ha affermato di aver stilato un elenco con un centinaio di possibilità e che, messo definitivamente da parte quello originale dell’opera teatrale, Private fears in public places, Coeurs ha prevalso sull’annunciato Petites peurs partagées (Piccole paure condivise) che appariva nei flani e nei programmi ufficiali della mostra veneziana.

Postato da: TB-1 a gennaio 04, 2007 14:53 | link | commenti |
film visti

giovedì, ottobre 19, 2006
fuggente umiltà

"è quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva!"

Postato da: TB-1 a ottobre 19, 2006 15:43 | link | commenti |
a chi amo, film visti, stupendo, voglio un mondo migliore

venerdì, ottobre 13, 2006
Vice and the Men



Non si sa da dove iniziare l'elogio di Michael Mann. La struggente resa visiva di un mondo sotterraneo perforato dai neon e annichilito dal sole (un'ovazione al direttore della fotografia Dion Beebe); la salda struttura drammatica, che non tenta di sciogliere gli infiniti nodi della trama ma se ne serve per incatenare al meglio lo spettatore; il profilo asciutto e angoloso dei dialoghi, sospesi fra inglese, creolo e spagnolo; la recitazione a fior di labbro di un cast che sa quello che fa e lo fa dannatamente bene (Farrell mette la sordina all'abituale gigioneria e forma con Foxx una coppia assolutamente plausibile, Luis Tosar è un villain di lusso, l'astro di Gong Li rifulge nell'aristocratica fragilità di Isabella); tutto in Miami Vice contribuisce a creare un affresco dal respiro insieme grandioso e intimo, perfettamente a proprio agio negli schemi del genere poliziesco e al tempo stesso capace di muoversi con meravigliosa libertà lungo binari che sono solo suoi. Antitelevisivo nel ritmo (sinuoso e imprevedibile, infuocato da brusche accelerazioni che precipitano in una calma livida - memorabili, da questo e altri punti di vista, la sequenza del "colloquio" nel covo dei trafficanti e quella del salvataggio di Trudy, una sinfonia immobile di fremiti notturni) e nell'estetica (i dettagli gore delle sparatorie, le scene di sesso stilizzate, pudiche e insieme fameliche), il film è lo specchio di un pessimismo senza sconti o romanticismi di riporto. Sotto la scorza nerd-modaiola di prammatica, i personaggi sono esseri vulnerabili, tormentati meno dalle pallottole che dalle parole (Montoya e Isabella in camera da letto), assediati da dispositivi elettronici che catturano le ombre e devastano la carne: una sofferenza alimentata (dall)a distanza, segnale di una divinità oscura che esige sacrifici supremi nel nome di una speranza impossibile (la struggente scena conclusiva).
Miami Vice: un incubo a occhi aperti da cui è doloroso svegliarsi.

Postato da: TB-1 a ottobre 13, 2006 09:54 | link | commenti |
a chi amo, film visti, stupendo

giovedì, gennaio 12, 2006

un pensiero a te... amore mio

J&J
J&J
LF

e a chi mi ha aiutato per quella serata magica...

Postato da: TB-1 a gennaio 12, 2006 12:34 | link | commenti (1) |
a chi amo, film visti, pezzi di me

mercoledì, agosto 03, 2005
l'amore e le sue conseguenze...

E’ la sigaretta che succhia da anni Titta Di Girolamo, figura avvolta in volute di fumo; osservatore dall’interno di una gabbia di un universo crepuscolare, egli è un Uomo Invisibile per gli altri e per sé stesso, per mascherare la consegna del non-vivere si rifugia nella fissità iconica e nella paresi facciale. Questo vessillo di immobilità incrociando il trambusto delle piccole cose (una partita a carte, una donna dietro il bancone) ricorda che dopotutto la vita non è finita; o forse è finita per davvero, e quello di Titta Di Girolamo è l’ultimo spasmo del cadavere prima del rigor mortis.

Nonostante tutto il personaggio di Sorrentino, melvilliano nell’anima (Frank Costello...), vive di vita propria: per lungo tempo non succede splendidamente nulla, il film è una natura morta da godere appieno nelle sue sfaccettature. Il regista sa infondere il soffio attraverso improvvise geometrie (i quadranti della porta ove si spiano conversazioni altrui, il flusso avvolgente delle scale), maneggia la fisicità in maniera affatto scontata (impercettibili sono i cambiamenti nel volto di Titta) e si riserva sconcertanti esplosioni di sentimento senza silenziatore (la memoria del migliore amico).

La voce fuori campo accompagna realmente la vicenda, lancia infinite suggestioni imbevute di grottesco (l’insonnia, la droga), restituisce una cifra di sincera desolazione spacciandola falsamente per indifferenza: nello squarcio rivelatorio Di Girolamo recita la sua verità (Cosa devo dire? Io sono un commercialista), infondendo l’illuminazione di un uomo che non è schivo né timido, ma semplicemente non ha nulla da trasmettere. Eccolo il vero noir: il depistaggio non dei fatti –la catena degli eventi è voluto ricalco di un topos- ma delle sensazioni nell’uomo, sommessamente multiformi, soltanto a riposo dietro il riflesso dell’Imperturbabile. La linea temporale può apparire identica a sé, aggravata dalla collocazione in un altrove indefinibile, ma subisce continue variazioni nel tripudio dei dettagli; dunque la trovata stilistica, di bruciante originalità, non è mai ombelicale né onanista, ma illumina il dipinto filmico da angolazioni sempre nuove –l’inquadratura del protagonista rovesciato è quasi filosofica, dove egli giace all’incontrario proprio come la sua esistenza. La mano di Sorrentino si ritrova nel piglio nudo e genuino, senza arroganza autoriale, miracoloso nel controllare la m.d.p. ed inchinarla al senso del racconto: e quando approda nel pieno del narrare trasforma gli sterzanti piani sequenza della tavolata, accarezzando volti giacche legno, nello stato grezzo della rappresentazione, cinema personale che rifiuta ogni filtro. Senza astenersi dallo strizzare l’occhio alla platea: l’elucubrazione metafilmica (Ricordarsi di non sottovalutare le conseguenze dell’amore) –dedicata alla critica?- è talmente piana ed evidente da strappare un sorriso divertito. E poi via in picchiata verso la conclusione: nonostante l’archetipo della malavita ed un espediente immediato come l’omissis narrativo da recuperarsi in flashback (il ritorno della valigia), questa con pochi ingredienti (un’esecuzione, un milione di dollari, una vetta innevata) chiude sublimamente un sentiero interiore sottotraccia sino a colpire al cuore. Dopo soltanto il silenzio (titoli di coda), il tramonto ed il crepuscolo.

LE CONSEGUENZE DELL’AMORE –titolo di sottile ambiguità-, presentato ed ignorato al festival Cannes (stavolta senza lagna alcuna, lor signori si accomodino a lezione), ci riconcilia finalmente con il nostro cinema parlando del noir nell’epoca della paralisi, del Caso sullo sfondo del razionale e, ancora, dell’Uomo nell’automatismo del cosmo: polverizzando i vari Amelio, Chiesa, Placido, osserva un animale ingabbiato nella malinconia del vissuto, pigiando il tasto dell’annullamento contro ogni frenesia della messinscena. Maiuscola prova di Toni Servillo, straripante di magnetico talento, che ti inchioda al suo sguardo fino alla fine del film ma anche del (suo) Mondo. Ogni lacrima ghiacciata si scioglie al cospetto della fiamma del cinema.

Postato da: TB-1 a agosto 03, 2005 11:38 | link | commenti |
film visti

martedì, aprile 19, 2005
l'adversaire

l'adversaire

questa immagine è tutto il film...
se ci penso mi viene ancora l'angoscia cosa porta una persona a questo punto...?

Postato da: TB-1 a aprile 19, 2005 08:42 | link | commenti (1) |
film visti

lunedì, marzo 14, 2005
...rivedere...Collateral...



Max lavora duro come tassista ma ha un sogno nel cassetto: mettere da parte i soldi necessari per aprire una società di noleggio limousine. Vincent è un killer di professione e in una notte deve uccidere cinque persone. Ovviamente, secondo la legge cinematografica di attrazione narrativa degli opposti, i due si incontreranno modificando per sempre il loro destino. A livello di scrittura il film non offre molte sorprese: l'ennesima strana coppia bianca e nera, una sceneggiatura circolare dall'impianto solido ma poco plausibile (con qualche coincidenza di troppo)
e il solito tapino costretto dagli eventi a tirare fuori un'aggressività che non appartiene propriamente al suo Dna caratteriale. Non mancano poi dialoghi ad effetto, che ogni tanto tarantineggiano (l'aneddoto su Miles Davis), e personaggi un po' schematici: uno sogna le Maldive (emblema del miraggio collettivo) e ha una chiara funzione empatica, l'altro è fin dall'inizio cattivo cattivo, con lo sguardo glaciale privo di emozioni, tanto per far capire subito al pubblico da che parte stare. Nonostante queste premesse, comuni a tanti blockbuster americani, il film gode della sofisticata messa in scena di Michael Mann, che imprime potenza ad ogni inquadratura e fonde con perfetta sincronia, anche emotiva, le immagini con il tessuto musicale. Molti i momenti riusciti: i primi venti minuti, quasi muti, sono cinema allo stato puro, così come il crescendo, dal relax alla tragedia, nel jazz club.



La scena alla discoteca Fever possiede una grande energia visiva, con una regia attenta a non disperdere il potenziale drammatico delle tante situazioni che incrocia. Ed è perfetto intrattenimento anche la parte finale, sicuramente la più debole a livello di costruzione del racconto, con la vittima designata sola nell'enorme grattacielo, la fuga nel metrò e l'inevitabile resa dei conti. Girato quindi meglio di come è scritto (tra l'altro per l'ottanta per cento in digitale), il film si avvale dello sfondo di una Los Angeles promossa al ruolo di protagonista trasversale; con il suo piano infinito di luci, splendidamente fotografate da Dion Beebe e Paul Cameron, che alternano improvvise violenze (l'agguato nel vicolo) a squarci di poesia (l'apparizione del coyote), accompagna con piglio da primadonna l'evolversi degli eventi. Quanto agli interpreti, il nutrito cast è ben sfruttato: da Jada Pinkett Smith a Mark Ruffalo, fino al cameo di Javier Bardem, che riesce a scrollarsi di dosso la "maniera" del boss narcotrafficante a cui dà vita. Tra i due protagonisti, Jamie Foxx surclassa la star e conferisce un'umanità sofferta e ferita al tassita Max (meno riusciti i siparietti sdrammatizzanti acchiappa-pubblico). Tom Cruise in versione criminale e brizzolata è come al solito molto convinto, ma da più che assodata icona di valori sani e positivi toglie un po' di cattiveria al killer Vincent: spara e uccide senza alcun rimorso, ma ha una sua etica e conserva sempre un bagliore di raziocinio che non lo rendono quasi mai davvero temibile.

Postato da: TB-1 a marzo 14, 2005 16:04 | link | commenti (2) |
immagini, a chi amo, film visti

lunedì, marzo 07, 2005
Ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa



Non poteva che essere un personaggio tanto eccentrico quanto fuori dagli schemi come Asia Argento a portare sullo schermo quell'"Ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa" che ha scosso la critica letteraria, e non solo, negli Stati Uniti un paio di anni fa.
Il libro autobiografico di J.T. Leroy è, infatti, uno di quelli che ti turbano sia per la forma che per i contenuti. E' la storia di un bambino, Jeremiah, che dopo esser stato affidato a dei borghesi genitori adottivi, ritorna all'età di sei anni dalla madre naturale Sarah (nel film Asia Argento), una donna che vive nello squallore di una vita fatta di droga, rapporti occasionali e isterismi, e che non si crea problemi ad abbandonare il figlio quando può diventare d'ostacolo a qualche "capriccio". A turbare la crescita del povero Jeremiah contribuiranno, poi, i bigotti nonni materni (veri colpevoli del disadattamento mentale della figlia) morbosamente devoti alla religione, e i numerosi partner, pervertiti, di Sarah. Tra onirismo e fatti che solo se provi a raccontare ti si blocca lo stomaco, la narrazione procede lasciando ben intendere quanto l'infanzia di Jeremiah sia stata irrimediabilmente rubata.

Un film duro, durissimo nel soggetto, che l'inaspettata quanto apprezzabile regia dell'Argento riesce a rendere digeribile anche negli episodi più inenarrabili. L'abilità della ventisettenne figlia d'arte si realizza nella scelta di far "non vedere", di "giocare" sulla sottrazione degli eventi, invece che sull'ammasso di scene forti. I limiti si sopportazione del normale spettatore vengono così rispettati, e anche i fatti più aberranti si riescono a sorbire senza dover chiudere, o socchiudere, gli occhi.
Il film è quello che è, uno spaccato tragico di una storia tremenda , dove le colpe delle persone si inseriscono in un contesto di inadeguatezza istituzionale. Rimane comunque sconvolgente uscire dalla sala e riflettere di come certi fatti che si leggono spesso sui quotidiani appaiano tanto naturali se visti con gli occhi di un bambino. Non conoscendo altro che la propria di situazione, lui riterrà infatti normale qualsiasi vessazione o abuso. Ed è proprio in questo aspetto, nella scorrevolezza della narrazione, che il film colpisce e ci fa capire quanto le parole spesso siano incapaci di comunicare con la giusta intensità la realtà. Un film valido sia sotto l'aspetto narrativo, che adatto a lanciare dibattiti, sperando però che in questi non padroneggi la solita, sterile retorica, ma emerga qualcosa di più pratico e realizzabile. Il 5% degli incassi andrà a finanziare il call center di Telefono Azzurro, già questo è un buon inizio.

Postato da: TB-1 a marzo 07, 2005 15:42 | link | commenti (1) |
film visti

lunedì, febbraio 28, 2005
Cuore Sacro

anche noi abbiamo visto il film che ha visto lei

Postato da: TB-1 a febbraio 28, 2005 09:55 | link | commenti |
film visti